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Valzer, cha cha cha, balletto o piuttosto urban dance? Uno sguardo sul mondo della danza in carrozzina.

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Un’esperienza sensoriale

A chi è già capitato di viaggiare da Zurigo in direzione Coira, non sarà sfuggita, anche se inconsapevolmente, la vista del Chäserrugg. Arrivando da Zurigo questa è l’ultima punta delle sette Churfirsten, che compongono l’imponente catena montuosa che si erge sulla costa settentrionale del Lago di Walenstadt. La linea ferroviaria e l’autostrada costeggiano invece la costa orientale del lago.

Bild 1.jpgCiascuna delle punte del massiccio di Churfirsten è raggiungibile con un sentiero, ma solamente il Chäserrugg, con i suoi 2262 metri di altezza, è servito anche da una cabinovia, che termina su una stazione a monte che è stata eretta nel 2015 dai rinomati architetti di Basilea Herzog & de Meuron. La struttura, in linea con i progetti delle due archistar, vanta un aspetto particolare e insolito per un fabbricato di questo tipo. La forma e la funzionalità si sposano perfettamente e donano alla struttura rivestita in legno un’eleganza sapientemente equilibrata, che si inserisce magnificamente in questa cornice montuosa.

Bild 2.jpgIl viaggio parte da Unterwasser, nella pittoresca regione di Toggenburg, prosegue su una romantica funicolare fino a Iltios, un pascolo di graziosa ubicazione a metà tragitto, per poi continuare sulla funivia che porta al Chäserrugg: tutto ciò senza dover nemmeno salire un solo gradino. Una volta giunti in cima si apre un panorama fantastico: a nord sul monte Säntis e oltre, fino alla Germania, a sud sulle Alpi Glaronesi e a sudest sulle Alpi Grigionesi. Più in basso, a un vertiginoso dislivello, si estende il Lago di Walenstadt.

Bild 3.jpgApprezzare questa vista e le immensità che si estendono a perdita d’occhio è esattamente ciò che la maggior parte dei visitatori ricerca sulla cima dell’imponente Chäserrugg. La singolare architettura rappresenta un piacevole complemento, ma si sa che non c’è due senza tre: la qualità del suo ristorante è nettamente migliore rispetto a ciò che ci si potrebbe aspettare da un rifugio di montagna. Il cortese personale serve portate squisite e finemente preparate, accompagnate da bevande pregiate a prezzi ragionevoli.

La gita sul Chäserrugg è un’esperienza sensoriale a tutto campo. Soprattutto in autunno: l’aria si raffredda e la visibilità aumenta ancora di più.

Link (in tedesco e inglese):

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Con il premio “Access City” l'UE ricompensa le città accessibili.

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Brevi distanze – paesaggi incantevoli

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Prevenire le lesioni al midollo spinale puntando a eliminare alcune cause degli incidenti stradali – funzionerà?

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Trarre vantaggio dalle proprie diversità e contribuire a formare punti di vista differenti.

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Tante differenze – poche similitudini – legami.

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La nostra autrice di blog inglese si presenta alla Community.

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Abbiamo tutti sentito parlare delle autovetture autonome. Non tutti forse hanno sentito parlare di carrozzine autonome!

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Una carrozzina che vi permette di stare in posizione eretta, stare seduti e muovervi, il tutto nello stesso momento!

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Le persone dietro la Community si presentano. Oggi: Johannes, il Community Manager.

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Intuitiva – interattiva – universale.

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"Cresciuti nell'ombra" è il titolo del servizio di Falò, noto programma con appuntamento settimanale sulla Radiotelevisione Svizzera Italiana LA1, andato in onda giovedì 12 novembre. "Cresciuti nell'ombra" è un'inchiesta che mette in luce un periodo buio della storia recente che ha caratterizzato il Ticino, l'intera Svizzera, come altri paesi. L'ombra è il luogo freddo, privo d'amore, in cui i bambini rimasti soli, incompresi, con caratteri considerati difficili o con disabilità, erano costretti a vivere. Un'ombra che prendeva la forma di istituti in cui i bambini venivano internati, isolati dalla società, maltrattati e costretti a lavorare duramente.

Le testimonianze, presenti nell'inchiesta, aiutano a scoprire realtà nuove e lontane per alcuni, indimenticabili e vicine per altri. Le testimonianze ci aiutano a conoscere l'esperienza altrui e a considerare punti di vista diversi. Quale altro modo per immergersi in una nuova realtà e scoprire nuove prospettive? La lettura di un buon libro.

I libri hanno il potere di permetterci di entrare nella mente delle persone e immaginare come esse vivono momenti che noi forse, nella nostra realtà, non possiamo veramente comprendere. Non solo seguiamo passo per passo le azioni intraprese dai personaggi che caratterizzano la storia, ma possiamo altresì seguire i loro pensieri, i loro processi decisionali e percepire i loro sentimenti, facendoli nostri.

Vorrei dunque proporvi un buon libro.

“…si rese conto che non era la rilettura in sé a condurre a nuove intuizioni. Era il lettore. Quando una persona cambiava dentro, inevitabilmente scopriva nuove cose.” (p. 94)

"Il respiro leggero dell'alba", tradotto dall'inglese "The Story of Beautiful Girl", di Rachel Simon, racconta la storia di una giovane donna con disabilità intellettive, Lynnie, Ragazza Bella, e un giovane uomo sordo, Homan, i quali vengono internati in un istituto, lontano dalla società, nell'ombra. L'ombra, per definizione, implica che via sia luce da qualche parte; una luce che Lynnie e Homan trovano insieme: l'amore. Una storia d'amore, di difficoltà e di speranze, che segue le vite dei personaggi per più di 40 anni, dal 1968 al 2011.

“Un giorno di pioggia può essere un giorno molto importante. E una piccola speranza non è piccola, se riesce a rendere meno triste una speranza perduta.” (p. 358)

La storia è ispirata all'esperienza e agli incontri dell'autrice americana. Rachel Simon ha sentito fin da piccola parlare di istituti, avendo una sorella con disabilità intellettive, cresciuta però a casa. Un giorno, le è capitato fra le mani un libro racchiudente interviste e ricerche sulla storia vera di un giovane sordo, trovato solo e internato in istituto per tutta la vita perché i suoi segni, dagli altri, non venivano compresi. "Chi era? Chi aveva amato? Chi lo aveva amato prima che lo catturassero? Perché nessuno era mai venuto a prenderlo? Cosa sarebbe potuto succedere se si fosse innamorato di una residente? E se fosse fuggito? Alla fine avrebbe trovato un linguaggio, una casa, la consapevolezza di avere dei diritti? Sarebbe mai riuscito a essere felice?" sono le domande che l'autrice si è posta e a cui ha provato a dare risposta con un romanzo coinvolgente.

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Sono sempre stata un'amante della fotografia. Mi piace osservare, immaginare e ritagliare parte della realtà in un solo scatto. Per me, si tratta di un esercizio quotidiano, ereditato da mio padre e coltivato nel corso degli anni. Da bambina, era per me come un gioco, più fotografavo e più volevo fotografare. Le mie fotografie portavano con sé il profumo delle rose del balcone di mia nonna e le emozioni della gente.

Fotografia è sensibilità, è un esercizio di noi stessi nel rapportarci alla realtà. Quest’apertura è una visione-oltre-visione.
Il talento fotografico può essere visto come il prodotto dell’habitus, l'esercizio di cui forse parlava Aristotele, quello che si può cogliere solo nell'esercizio delle virtù, o forse esso, così come Epicuro affermava nei suoi scritti, è qualcosa che prescinde dal tempo dedicatogli; esso, al pari della felicità, può essere raggiunto in ogni momento.

Non so quale delle due posizioni rispecchi meglio la mia esperienza, ma senza dubbio, l'insegnamento che la fotografia mi ha portato è degno di essere citato in questo blog…

Avevo vent' anni, ero al secondo anno di filosofia e facevo parte di un’associazione ONLUS che si occupava di adozioni internazionali. Le normative regionali offrivano corsi ai volontari per qualificare al meglio i propri team. Scelsi di partecipare ad un corso di fotografia digitale insieme ad un'altra collega. Il corso durò sei mesi, ed era ogni sabato mattina.
Non si trattava di un tradizionale corso di fotografia, o meglio, di tecniche fotografiche. Si trattava piuttosto di un corso di sensibilizzazione attraverso l'occhio fotografico.

Primo giorno. Gli insegnanti, portarono me e altri colleghi in un vicolo alberato del quartiere Cirenaica di Bologna e ci dissero: "Ora fotografate tutti le forme geometriche che si trovano qui!” Il mio stupore, misto ad un pizzico di cinismo mi portarono ad l'esclamare: "Ma qui ci sono solo macchine parcheggiate, un marciapiede e alcuni alberi ingialliti… Io non trovo le forme!". Beh, nella prima ora scattai poco più di 15 foto, mentre dopo un'ora, vedevo quadrati, cerchi e triangoli moltiplicarsi intorno a me!

Secondo giorno. L'esercizio consisteva nella fiducia sull’altro. Fummo divisi in gruppi di tre, solo una persona per volta veniva bendata, mentre le altre due offrivano supporto fisico (ci prendevamo a braccetto) e guida descrittiva su ciò che stava accadendo fuori. Parrebbe un gioco alquanto frivolo, ma quando lo facemmo, in uno dei quartieri più popolati della città, nell'ora in cui il traffico raggiunge picchi estremi, la percezione cambia radicalmente. Si avverte il timore, a volta l'impotenza, e l'unica cosa che si può fare in quel momento è affidarsi al proprio compagno.

Terzo giorno. Gli insegnanti ci dissero: "Ora dovete andare a fotografare bendati!". Fummo divisi in gruppi di due, e il nostro compagno doveva solo assisterci affinché non commettessimo atti maldestri o potenzialmente pericolosi. Ancora una volta, ci fecero scegliere una parte della città dove fotografare. Scegliemmo Le vecchie pescherie, uno dei quartieri più antichi e interessanti di Bologna. Vicoletti pieni di piccole botteghe artigiane che vendono generi alimentari. Fui bendata e mi fu data la macchina fotografica. Iniziai a scattare foto, ma sentivo il mio corpo limitato. Non vedevo cosa stessi fotografando, ma al contempo sentivo gli occhi dei passanti su di me. Ci volle qualche ora per liberarmi della mia convinzione che ci volessero occhi per fotografare. Quando finalmente mi disinibii, mi resi conto che gli scatti uscivano soli, con l'ascolto delle voci dei commercianti, il rumore dei tacchi a spillo sui sanpietrini, e il profumo della frutta.

Alla fine del corso, presentammo tutte le fotografie scattate da quando il corso ebbe inizio. Le mie foto, così come quelle di tutti gli altri erano cambiate nel corso del programma.
Forme geometriche erano ovunque, ogni cosa era ispirazione, e le foto scattate da bendati erano quelle più belle. Non si trattava di fotografie cieche, bensì di foto che portavano con sé il contributo di tutti gli altri sensi.

Io ritrovo nell'esempio della fotografia una similitudine per la condizione della para-tetraplegia.

La mia riflessione si dirige specialmente a coloro che, non vivendo personalmente la paraplegia, considerano essa una condizione molto più limitante di quanto non lo sia realmente.
Certamente, la paraplegia richiede un differente modo di pensare alla quotidianità, in cui ci si trova spesso a confrontare con realtà in cui alcune difficoltà e necessità sono più marcate. Tuttavia, non c’è bisogno di avere occhi per fotografare, così come non è indispensabile l’uso degli arti per sciare, lavorare o avere una famiglia. L'essenza della vita è altro dalle difficoltà tecniche.

Cristiana