Sono sempre stata un'amante della fotografia. Mi piace osservare, immaginare e ritagliare parte della realtà in un solo scatto. Per me, si tratta di un esercizio quotidiano, ereditato da mio padre e coltivato nel corso degli anni. Da bambina, era per me come un gioco, più fotografavo e più volevo fotografare. Le mie fotografie portavano con sé il profumo delle rose del balcone di mia nonna e le emozioni della gente.


Fotografia è sensibilità, è un esercizio di noi stessi nel rapportarci alla realtà. Quest’apertura è una visione-oltre-visione.
Il talento fotografico può essere visto come il prodotto dell’habitus, l'esercizio di cui forse parlava Aristotele, quello che si può cogliere solo nell'esercizio delle virtù, o forse esso, così come Epicuro affermava nei suoi scritti, è qualcosa che prescinde dal tempo dedicatogli; esso, al pari della felicità, può essere raggiunto in ogni momento.

Non so quale delle due posizioni rispecchi meglio la mia esperienza, ma senza dubbio, l'insegnamento che la fotografia mi ha portato è degno di essere citato in questo blog…

Avevo vent' anni, ero al secondo anno di filosofia e facevo parte di un’associazione ONLUS che si occupava di adozioni internazionali. Le normative regionali offrivano corsi ai volontari per qualificare al meglio i propri team. Scelsi di partecipare ad un corso di fotografia digitale insieme ad un'altra collega. Il corso durò sei mesi, ed era ogni sabato mattina.
Non si trattava di un tradizionale corso di fotografia, o meglio, di tecniche fotografiche. Si trattava piuttosto di un corso di sensibilizzazione attraverso l'occhio fotografico.

Primo giorno. Gli insegnanti, portarono me e altri colleghi in un vicolo alberato del quartiere Cirenaica di Bologna e ci dissero: "Ora fotografate tutti le forme geometriche che si trovano qui!” Il mio stupore, misto ad un pizzico di cinismo mi portarono ad l'esclamare: "Ma qui ci sono solo macchine parcheggiate, un marciapiede e alcuni alberi ingialliti… Io non trovo le forme!". Beh, nella prima ora scattai poco più di 15 foto, mentre dopo un'ora, vedevo quadrati, cerchi e triangoli moltiplicarsi intorno a me!

Secondo giorno. L'esercizio consisteva nella fiducia sull’altro. Fummo divisi in gruppi di tre, solo una persona per volta veniva bendata, mentre le altre due offrivano supporto fisico (ci prendevamo a braccetto) e guida descrittiva su ciò che stava accadendo fuori. Parrebbe un gioco alquanto frivolo, ma quando lo facemmo, in uno dei quartieri più popolati della città, nell'ora in cui il traffico raggiunge picchi estremi, la percezione cambia radicalmente. Si avverte il timore, a volta l'impotenza, e l'unica cosa che si può fare in quel momento è affidarsi al proprio compagno.

Terzo giorno. Gli insegnanti ci dissero: "Ora dovete andare a fotografare bendati!". Fummo divisi in gruppi di due, e il nostro compagno doveva solo assisterci affinché non commettessimo atti maldestri o potenzialmente pericolosi. Ancora una volta, ci fecero scegliere una parte della città dove fotografare. Scegliemmo Le vecchie pescherie, uno dei quartieri più antichi e interessanti di Bologna. Vicoletti pieni di piccole botteghe artigiane che vendono generi alimentari. Fui bendata e mi fu data la macchina fotografica. Iniziai a scattare foto, ma sentivo il mio corpo limitato. Non vedevo cosa stessi fotografando, ma al contempo sentivo gli occhi dei passanti su di me. Ci volle qualche ora per liberarmi della mia convinzione che ci volessero occhi per fotografare. Quando finalmente mi disinibii, mi resi conto che gli scatti uscivano soli, con l'ascolto delle voci dei commercianti, il rumore dei tacchi a spillo sui sanpietrini, e il profumo della frutta.

Alla fine del corso, presentammo tutte le fotografie scattate da quando il corso ebbe inizio. Le mie foto, così come quelle di tutti gli altri erano cambiate nel corso del programma.
Forme geometriche erano ovunque, ogni cosa era ispirazione, e le foto scattate da bendati erano quelle più belle. Non si trattava di fotografie cieche, bensì di foto che portavano con sé il contributo di tutti gli altri sensi.

Io ritrovo nell'esempio della fotografia una similitudine per la condizione della para-tetraplegia.

La mia riflessione si dirige specialmente a coloro che, non vivendo personalmente la paraplegia, considerano essa una condizione molto più limitante di quanto non lo sia realmente.
Certamente, la paraplegia richiede un differente modo di pensare alla quotidianità, in cui ci si trova spesso a confrontare con realtà in cui alcune difficoltà e necessità sono più marcate. Tuttavia, non c’è bisogno di avere occhi per fotografare, così come non è indispensabile l’uso degli arti per sciare, lavorare o avere una famiglia. L'essenza della vita è altro dalle difficoltà tecniche.

Cristiana

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