Zeljko Raduljevic, ritrovatosi con una paralisi spinale dopo aver contratto il COVID-19, racconta come ha vissuto la propria riabilitazione durante la pandemia

Nella prima parte della serie sul blog Sarah Stierli, logopedista presso il Centro svizzero per paraplegici (CSP) di Nottwil, ha condiviso le proprie esperienze e le forti emozioni vissute nel reparto di terapia intensiva durante la pandemia legata al coronavirus.

In questa seconda parte riportiamo la testimonianza del paziente del CSP Zeljko Raduljevic, che dopo un decorso grave dal COVID-19 è rimasto paralizzato dal collo in giù.

Da febbraio 2021 Raduljevic segue un percorso di riabilitazione presso il CSP. Racconta apertamente di come ha vissuto quel periodo, di come affronta questa situazione, e confida un «piccolo miracolo».

La riabilitazione dopo il ricovero nel reparto COVID di terapia intensiva

I pazienti gravemente contagiati dal coronavirus erano ricoverati nella corsia ermeticamente isolata del CSP, ovvero il reparto COVID di terapia intensiva (TI-COVID). La prima parte di questa serie presenta il suo funzionamento.

patient im bett hinter glasscheibe

I pazienti ricoverati nella TI-COVID si sentivano profondamente isolati.

Qui venivano ammesse anche molte persone che si erano ammalate gravemente di COVID-19 già tempo prima: i cosiddetti pazienti post-COVID. La logopedista Sarah Stierli racconta: «Questi pazienti non erano più contagiosi, ma dovevano comunque rimanere ricoverati nella corsia intensiva o seguire ancora la riabilitazione del CSP. Alcuni di loro si sono notevolmente ripresi e hanno potuto essere reintegrati nel processo lavorativo. Altri invece dipendono ancora dal sostegno infermieristico anche dopo nove mesi di riabilitazione, e questo indipendentemente dalla loro età».

«Anche se non sono più contagiosi, questi pazienti sono ben lontani dalla guarigione completa.»

Sarah Stierli

Uno di questi pazienti è Zeljko Raduljevic. Da febbraio 2021 il trentanovenne segue un percorso di riabilitazione al CSP di Nottwil. Dopo aver contratto una forma grave di COVID-19 è rimasto paralizzato dal collo in giù, una cosiddetta tetraparesi. Come spiega questo articolo (in tedesco), si tratta di un fenomeno estremamente raro associato al COVID-19.

Poiché la muscolatura polmonare aveva smesso di funzionare, Raduljevic ha dovuto ricorrere all’utilizzo di una cannula tracheale. Per più di sei mesi il paziente poteva respirare solo con la ventilazione meccanica.

In questo contributo al blog, Raduljevic si prende del tempo per raccontare come è giunto a questa situazione.

zeljko raduljevic mit beatmungsschlauch

Zeljko Raduljevic è stato sottoposto a ventilazione meccanica per più di sei mesi.

«È stata una rapida successione di eventi. Il coronavirus è stato l’elemento scatenante di questo calvario.»

Zeljko Raduljevic

A dicembre del 2020 Raduljevic ha ricevuto un test positivo al SARS-CoV-2, comunemente noto come coronavirus. Una settimana dopo è stato ammesso in un ospedale per cure intensive del Cantone di Zurigo a causa di una forte febbre. È rimasto in coma per sei settimane.

Quando ha ripreso conoscenza, in un primo periodo era in grado di respirare autonomamente. «Eppure», aggiunge, «un giorno improvvisamente non riuscivo più a respirare bene quando ero seduto. È stata una rapida successione di eventi. Il coronavirus è stato l’elemento scatenante di questo calvario.»

Totale dipendenza dalla ventilazione

Sebbene non fosse più contagioso, Raduljevic continuava il regime d’isolamento nella terapia intensiva a causa del forte indebolimento del suo sistema immunitario. «Quando ricevevo delle visite, dovevano tutti indossare indumenti speciali, addirittura anche una cuffietta per i capelli», ricorda il paziente.

All’epoca non era ancora in grado di parlare anche con la ventilazione e per questo passava inosservato. A volte, a causa del suo stato di isolamento e della sua incapacità di parlare, doveva aspettare a lungo prima che venissero ad assisterlo.

A causa della sua paralisi fu trasferito dopo qualche mese dal reparto di terapia intensiva al CSP. Ricorda bene il suo trasferimento perché dipendeva pesantemente dal respiratore. «A volte dovevo aspettare qualche secondo prima che arrivasse di nuovo l’aria. Ma mi sono sforzato di rilassarmi per sopportare l’affanno», racconta Raduljevic.

zeljko raduljevic auf der terrasse des spz nottwil

Raduljevic con il respiratore sulla terrazza del CSP di Nottwil.

«Ero perfettamente consapevole che avrei dovuto serrare i denti per poter fare progressi.»

Zeljko Raduljevic

Raduljevic rivela che la sua condizione di completa dipendenza restava un problema per lui anche una volta trasferito al CSP. «Ricordo quanto fossi messo profondamente in apprensione da qualsiasi mobilizzazione. Tutti quei tubi dentro di me erano particolarmente debilitanti. Ho fatto ergoterapia, logopedia e fisioterapia ogni giorno. Per pranzare dovevo mettermi seduto su una sedia. Poi tutti i giorni dovevo allenarmi a stare in piedi a un tavolo alto.  È stata un’esperienza stressante che mi è costata molti nervi. Ma ero perfettamente consapevole che avrei dovuto serrare i denti per poter fare progressi.»

patient mit vielen zugängen

Anche a causa dei numerosi tubi Raduljevic era in apprensione prima di ogni mobilizzazione.

«L’aspetto più pesante era che non potevo muovere le gambe, ma continuavo comunque a sentirle molto intensamente. E quando il personale non mi muoveva le gambe per più di un’ora e mezza iniziavo a sentire dolori terribili, tutto diventava rigido. Ecco perché sono stato così grato di poter riprendere a parlare correntemente grazie alla valvola fonatoria per la prima volta nel CSP dopo più di sei settimane», racconta Raduljevic, di formazione cantante. Ciò gli ha permesso di comunicare con il personale infermieristico e anche di farsi notare di più.

Un piccolo miracolo e lo sguardo al futuro

Dopo un breve periodo di rieducazione, era in grado di indossare la valvola fonatoria tutto il giorno, anche se ha ancora avuto bisogno della ventilazione per molte settimane. Solo da metà luglio è stato in grado di respirare liberamente senza ventilatore e affanno respiratorio. È visibilmente grato per questo. Ha bisogno della cannula tracheale solo come soluzione temporanea fino a quando non si sentirà completamente sicuro senza un ventilatore per un periodo di tempo più lungo. «Il mio corpo ha trovato un altro modo per controllare il diaframma. È un piccolo miracolo!», rivela nella nostra intervista.

Ma descrive come il suo più grande e importante progresso l’aver riacquisito la completa mobilità della testa. «Quando ero in terapia intensiva avevo una mobilità ridotta della testa. Ecco perché hanno messo il pulsante per chiedere assistenza sopra la tempia. Ma bastava che scivolassi un po’ nel letto, e mi diventava impossibile raggiungerlo e quindi chiedere assistenza. Ora posso muovere il collo fino in fondo. Posso anche sollevare molto bene le spalle e muovere un po’ le gambe avanti e indietro. Solo che non ci sono ancora movimenti concreti».

«Per me il CSP non è un ospedale, ma la mia vita attuale.»

Zeljko Raduljevic

Raduljevic rimarrà verosimilmente a Nottwil fino a fine novembre. Il medico gli ha comunicato che a quel punto non sarebbe stato in grado di camminare. Si sta cercando una soluzione di prosieguo per ulteriori cure terapeutiche.

Ogni giorno esegue una terapia intensiva. Per esempio, usa un esoscheletro per praticare il movimento della mano che usa per controllare la carrozzina elettrica.

zeljko raduljevic beim handtraining mit dem armeospring exoskelett

zeljko raduljevic im armeo therapiegerät vor videospiel

Raduljevic allena la mobilità del braccio e della mano con un dispositivo terapeutico ArmeoSpring.

Non lo preoccupa molto il fatto che l’intera riabilitazione stia prendendo molto più tempo di quanto pensasse inizialmente. Cerca di vivere nel presente e tiene a bada i pensieri negativi. Preferisce essere rilassato, ottimista e concedersi una battuta con lo staff di tanto in tanto. Dopo tutto, ha vissuto con queste persone per sei mesi.

«Per me il CSP non è un ospedale, ma la mia vita attuale», rivela. Questa consapevolezza gli dona forza.

Quando alla fine dell’intervista gli viene chiesto se desidera aggiungere qualcosa, confida: «Qui mi trovo molto bene e a mio agio». E quasi non riesce a credere a quanto vola veloce il tempo. Finché il tempo non si ferma, tutto va bene.

zeljko raduljevic im schweizer paraplegiker zentrum nottwil

Zeljko Raduljevic nel corridoio del Centro svizzero per paraplegici. Nel frattempo, la cannula tracheale è diventata superflua ed è stata rimossa.

Dopo l’intervista, il tempo è in effetti corso più velocemente del previsto per Zeljko Raduljevic. Pochi giorni dopo, la cannula tracheale è stata rimossa e la tracheotomia suturata. Solo una piccola cicatrice sul collo ricorda la sua completa dipendenza dal ventilatore. Raduljevic ha così raggiunto un’altra pietra miliare nel suo percorso di riabilitazione.

Gli auguriamo molti altri successi su questa strada - e chissà, forse accadrà di nuovo un piccolo miracolo.

Aggiornamento: Qualche settimana dopo questo articolo, «20 Minuten» ha pubblicato un video su Zeljko Raduljevic. Purtroppo alcuni dei commenti sotto il video sono inqualificabili.

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